La Settimana Santa a Stalettì: memoria, fede e comunità
- Logos Stalettì
- 15 apr 2025
- Tempo di lettura: 8 min
Aggiornamento: 17 apr 2025
Un tempo, la Settimana Santa era la settimana più bella dell’anno. Una settimana di passione, ma anche di comunità, di silenzio condiviso, di fede vissuta fino in fondo. Oggi come allora, quelle giornate racchiudono il cuore pulsante di Stalettì. Partiamo dalla Domenica delle Palme, che un tempo, iniziava in modo diverso: si partiva dalla sagrestia e si andava fino al Calvario della chiesa madre. La Messa si celebrava insieme, Chiesa e Convento uniti, e le palme venivano benedette alla croce al Piano – la croce eretta nel 1933, cento anni fa. Oggi, invece, si parte dal convento, si benedicono le palme al Calvario e si rientra. Dopo la Messa cominciava la tradizione antica delle quaranta ore: un tempo continuo di adorazione del Santissimo, dalla Domenica delle Palme fino al martedì. Ogni ora, le campane suonavano dodici rintocchi, e il paese sapeva che u Signura era all’uri, il Signore era esposto, e qualcuno era lì, a vegliare. I fedeli si alternavano senza sosta davanti al tabernacolo, in un silenzio profondo che univa tutta la comunità. Il Giovedì Santo, dopo la Messa in Coena Domini e la reposizione del Santissimo, nessuno si salutava: il silenzio diventava rispetto. La notte si trascorreva in chiesa, a vegliare. Poi arrivava il Venerdì Santo, con l’Azione liturgica del pomeriggio, quella che i nostri nonni chiamavano “la messa alla storta”. La chiamavano così perché non riuscivano a comprenderla: diversa da tutte le altre, senza consacrazione, con letture lunghe, silenziose. “Storta”, nel senso di misteriosa, fuori dagli schemi, ma intensissima. Un momento che segnava il cuore. Il Venerdi Santo, anche, le campane tacevano, al posto di queste si suonava la ”Troccola”. Poi c’era la chiamata della Madonna, la processione più struggente e sentita. Tre i momenti: la chiamata della Croce, l’Ecce Homo e la chiamata del Crocifisso, fino al commovente “Vieni, o Maria”. Un tempo si chiamava la Madonna a ogni passaggio. Oggi si fa solo nell’incontro con il Crocifisso. Fu Don Eugenio Marcella a semplificare il rito. E qui una menzione d’onore è doverosa. Don Eugenio Marcella è stato una vera leggenda per Stalettì. Noi giovani magari non lo abbiamo vissuto direttamente, ma lo abbiamo visto nei video, nei racconti, nei volti della gente che lo ha amato. La sua voce, la sua presenza, il suo modo di vivere la Settimana Santa, tutto lasciava un’impronta profonda. E oggi, Don Rosario ne raccoglie il testimone con dignità e devozione, continuando a tener viva quella stessa eredità, giorno dopo giorno. Prima si svolgeva tutto il Giovedì Santo, con due processioni, e si usava anche la statua della Pietà, oggi scomparsa. Nel tempo si è aggiunta anche una tradizione più recente: la Via Crucis del martedì santo, un percorso di meditazione per le vie del paese che coinvolge sempre più fedeli. Ogni quattro anni, si metteva in scena l’Opera del Venerdì Santo. Dal 1993 in poi si svolse di sabato mattina. Prima si faceva in Piazza Roma, poi si è spostata in Piazza Italia. In questa occasione la gente non tornava a casa per mangiare: portava con sé dolci, pane, qualcosa da condividere. Alla fine dell’Opera, tutti in chiesa per la chiamata della Madonna. Si partiva la mattina e si tornava anche dopo otto, nove ore, spesso di più. Un’intera giornata vissuta tutta d’un fiato, nel nome della passione di Cristo. C’erano anche le torce, costruite con canne selvatiche, imponenti, bellissime. L’ultimo a mantenerne viva la tradizione fu Leonardo Scicchitano. Per motivi di sicurezza oggi non si fanno più, ma restano nel cuore di chi le ha viste brillare nella notte. La vestizione dell’Addolorata era un momento sacro. Il venerdì mattina si preparava la statua, il sabato si vestiva la Madonna di Pasqua. Era un rito intoccabile, a porte chiuse. Solo chi custodiva i pezzi della statua poteva partecipare. Le due corone erano affidate alla famiglia Giordano, una delle famiglie nobili di Stalettì . Il resto della statua era conservato da un’altra famiglia, i Silvestri. Era un compito di fiducia e devozione. Il Cristo morto veniva sempre adornato con garofani rossi, un dettaglio che resiste nel tempo. Dopo la processione, quei fiori venivano portati a casa, come segno di protezione e fede. Le congreghe dell’Immacolata e del Rosario si dividevano l’impegno delle feste: una si occupava del Natale, l’altra della Pasqua. Il Sabato Santo si preparava la scena della Resurrezione. La sera si celebrava la veglia pasquale: la benedizione del fuoco, dell’acqua, la litania dei santi, e poi il canto del Gloria, che annunciava la Resurrezione. Era il momento più potente e liberatorio, in cui il silenzio della notte si rompeva nella luce della vittoria sul male. La Domenica di Pasqua, Gesù risorto usciva dalla chiesa senza bandiera, perché il segno della vittoria sarebbe apparso dopo. Le bandiere sono simboli forti: durante la Cunfrunta, la Madonna esce senza. Solo dopo l’incontro col Figlio risorto, le bandiere vengono dispiegate, in un gesto che sa di gioia ritrovata. La tradizione della Cunfrunta è antichissima: risale alla fine del 1300, influenzata dalla dominazione spagnola. Dopo l’incontro tra la Madonna e il Cristo, si gira la statua verso il mare, verso Oriente. Non è un dettaglio qualsiasi. È un gesto che si compie solo qui, a Stalettì, e che racchiude un legame profondo con le nostre radici: da Oriente, dal mare, arrivò San Gregorio, il nostro patrono. Girare la Madonna verso quel punto preciso del mondo significa riconoscere la direzione da cui è venuto il santo che ha portato la fede in questa terra, e allo stesso tempo affidarle ancora una volta il nostro sguardo, la nostra speranza, il nostro futuro. È un gesto identitario, tutto nostro, tramandato da generazioni, che rende la Cunfrunta non solo un rito, ma un atto di appartenenza a Stalettì e alla sua storia. La Madonna partiva con San Giovanni. Le campane tacevano. La banda suonava a lutto. Si arrivava vicino alla scuola, si posava la Madonna. E lì cominciavano i sette viaggi di San Giovanni, avanti e indietro, finché la Madonna non si svelava. Una volta lo faceva Don Franco Silvestri, oggi Antonio Casalenuovo. Se la Madonna non si svelava, non si facevano gli auguri. Nemmeno in casa. Era ancora tempo di lutto. Per anni, Maria Iannone, moglie di Turi u Pulitu, ha portato gli angeli al Piano, aprendo la processione della Cunfrunta. Era lei, con passo fermo e devozione profonda, a guidare il corteo con gli angeli in testa, simbolo di luce e resurrezione. Alla fine della Cunfrunta, quando la Madonna si era ormai svelata e l’incontro col Figlio risorto era avvenuto, si compiva un gesto semplice ma profondissimo: lo scioglimento di un voto. Una donna o un uomo devoto si avvicinava alla statua della Madonna e toglieva il fazzoletto nero, segno del lutto e del dolore, per sostituirlo con un mazzo di fiori e una corona del rosario. Era un gesto che nasceva da una promessa fatta in silenzio, da una grazia ricevuta, da una preghiera esaudita. E ogni anno c’era chi, con discrezione, compiva quel rito: un’offerta, un grazie, una fede che si rinnova nel gesto più umano e più vero.
Una delle ultime a compiere questo gesto è stata la madre di Leonardo Schicchitano, che si poneva sotto la vara della Madonna col mantello nero sulle mani, in segno di lutto e di speranza insieme. Un’immagine che resta impressa negli occhi e nel cuore di chi l’ha vista. E durante la “Cunfrunta”, c’era, anche, chi si inginocchiava per terra, e baciava la terra stessa. Quella terra non era solo sacra perché lì avveniva l’incontro tra la Madre e il Figlio risorto. Era sacra perché era nostra: terra di sudore, di sacrifici, di madri piegate sui campi, di padri silenziosi, di bambini cresciuti tra la polvere e la preghiera. Era la terra che raccontava storie. Storie vere. Storie di gente semplice, che non ha mai smesso di credere. Baciandola, si baciava una memoria viva, una radice, un’identità. Era un gesto istintivo e profondissimo: un bacio a Dio, ma anche alla propria storia. E per concludere, il martedì dopo Pasqua, c’era la Galilea. Si scendeva a Santa Maria, e dalla chiesa di Santa Maria de Vetere in Squillacio si portava la statua dell’Annunciazione fino al piazzale Marincola. Si suonava, si pregava, si mangiava insieme. Era una festa organizzata dalla baronessa Marincola. Dopo la sua morte, la tradizione ha cominciato a spegnersi. L’ultima processione fu nel 1978.
Oggi, il cuore di queste tradizioni vive ancora. E per comprenderne fino in fondo il significato spirituale, lo abbiamo chiesto al nostro parroco, Don Rosario.
LOGOS intervista Don Rosario
In un tempo dove tanti vivono la fede in modo più distaccato, cosa crede che resti davvero nel cuore delle persone dopo aver vissuto la Settimana Santa? E cosa spera che si portino a casa davvero?
«La Settimana Santa è il tempo per eccellenza, in cui fare esperienza dell’amore di Dio. Questa esperienza non è immediatamente vissuta da tutti, ma durante la celebrazione dei misteri di Cristo si apre uno squarcio anche nei cuori più insensibili. Spero che questo si realizzi, e che si portino a casa questo sentire del cuore: un Dio che li ama da morire.»
Lei vive questi giorni da sacerdote, ma anche da uomo. Qual è la parte più difficile e quella più bella?
«Io vivo questi giorni da credente prima di tutto. Sono giorni in cui rinnovare la propria fede in Gesù, che dona se stesso morendo per noi sulla croce. La croce è l’altezza, la larghezza, la profondità dell’amore di Dio per noi. La mia difficoltà è riuscire a conciliare la mia preghiera personale con la responsabilità di aiutare la mia comunità a vivere questo tempo di Grazia.»
C’è un momento preciso delle celebrazioni che, secondo lei, parla in modo speciale al cuore delle persone? Quale, e perché proprio quello?
«Senza dubbio, la chiamata della Madonna del Venerdì Santo. È l’atto di pietà popolare che raduna in chiesa tutta la comunità, anche chi non è abitualmente credente. È il momento in cui si rivive la consegna del Figlio morente alla Madre Addolorata. La chiamata va preparata con preghiera e meditazione. È una catechesi divisa in quattro momenti:
1. La chiamata della Croce, vista come luogo di vita, non di morte
2. L’Ecce Homo, la presentazione dell’uomo Gesù come re.
3. La chiamata del Crocifisso, che ci attira e ci provoca compassione.
4. L’abbraccio della Madre Addolorata al Figlio morto.
E poi il canto finale, che rompe il silenzio e fa vibrare i cuori.»
Oggi tutto questo vive ancora. E se queste tradizioni resistono e si rinnovano, è grazie a chi, trent’anni fa, ha avuto il coraggio e l’amore di raccogliere il testimone.
Parla Gregorio Gentile, che con commozione ricorda:
«Fu mio padre, insieme al papà di Franco Olanda, a passare il testimone a noi. A me, a Franco, a Gerardo Iannone e ad Antonio Casalenuovo. E poi tanti altri. Il gruppo è cresciuto, è diventato vivo. Una famiglia di fede, che ogni anno si ritrova a tenere viva la fiamma della memoria e della speranza.»
E allora, un grazie speciale per la realizzazione dell’articolo va a Gregorio Gentile, sempre presente e instancabile, a Don Rosario, guida spirituale e punto di riferimento per tutta la comunità, e a Gerardo Iannone, per la sua partecipazione attenta e viva.
Ma soprattutto, vogliamo lodare l’impegno dei ragazzi della parrocchia, che con entusiasmo e dedizione portano sulle spalle le statue dei santi, vivono ogni rito, ogni gesto, con una maturità che commuove. È una cosa bellissima per la nostra comunità.
È anche grazie a loro se questa Settimana continua a essere, per davvero, la settimana più bella dell’anno.

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