Un Papa sconfitto, alla fine del mondo
- Logos Stalettì
- 25 apr 2025
- Tempo di lettura: 3 min
Aggiornamento: 26 apr 2025
Riflessione inedita del prof. Massimo Iiritano
In esclusiva per Logos Stalettì, pubblichiamo con grande onore un testo inedito del prof. Massimo Iiritano, docente di Filosofia e Storia e presidente dell’associazione Amica Sofia.
Un contributo profondo e potente, che ci guida in una lettura “teologica” del pontificato di Papa Francesco, a partire da un’immagine-simbolo del nostro tempo: la preghiera solitaria del Papa in Piazza San Pietro durante il lockdown del 2020.
Un Papa che ha scelto di stare dalla parte degli ultimi, anche a costo di essere incompreso e sconfitto. Una riflessione per tutti noi, oggi, alla fine del mondo.
Testo integrale
Un Papa sconfitto, alla fine del mondo
Prof. Massimo Iiritano
Tra i vari momenti iconici con i quali sarà ricordato, ve n’è uno che in questi giorni sta tornando spesso, dal quale anche io vorrei partire. Si tratta della spettacolare preghiera del 30 marzo 2020 in una piazza S. Pietro deserta, buia e piovosa, in piena tempesta pandemica, con le sirene delle ambulanze in sottofondo. Riprendere le parole pronunciate in quella occasione, alle quali vi invito a tornare, significa infatti tentare la via di una lettura “teologica” del pontificato di Papa Francesco, che ci parla di un Dio vicino e solidale con la nostra sofferenza e con il nostro umano smarrimento, nella sua “impotenza” dinanzi al male. Così, le tracce di riflessione disseminate qua e là sui limiti dell’Onnipotenza di Dio, sulla sofferenza innocente dei fanciulli, quelle tracce dostoevskijane che riemergevano a tratti nei suoi discorsi meno “telogici” e piu’ immediati, possono forse dirci oggi il senso profondo e la traccia inequivocabile di quello che è stato senza dubbio un Papa sconfitto. E per questo finalmente, autenticamente cristiano. Le sue parole inascoltate sulla prossimità senza confini agli ultimi, ai migranti, ai detenuti; la sua vicinanza simbolica e reale a figure come Don Milani, Mimmo Lucano, Don Luigi Ciotti; sono le tracce vere che bisogna ricercare oggi, nel chiasso assordante degli elogi, dei rimpianti, delle ipocrisie trionfanti. Papa Bergoglio non era questo. Era sì sempre accogliente, fino alla fine, anche contro voglia, anche dinanzi a chi come il vicepresidente Vance lo aveva sempre avversato e avevarappresentato il perfetto contrario della sua visione del mondo e del cristianesimo. Accogliente, sorridente, ma mai ipocritamente accomodante. Sempre netto nei suoi giudizi, nel suo coraggio di prendere parte: la parte degli ultimi, la parte di Cristo. Quella destinata inesorabilmente, ancora, ad essere sconfitta e umiliata. Come la sua voce, i suoi richiami alla necessità del disarmo, della rinuncia alla violenza, dell’attenzione vigile ad ogni sopruso e ad ogni muro edificato dall’indifferenza. Un Papa inascoltato, sostanzialmente, soprattutto da coloro che più oggi si commuovono dinanzi alla sua morte. Ma i segni sono potenti, e permangono. A partire dal nome, Francesco: primo papa “gioachimita” della storia che colma il vuoto secolare lasciato dalla gran rinuncia di Celestino V, tentando di far riemergere una traccia radicalmente alternativa a tutta quella che è stata la storia della Chiesa da Bonifacio VIII a Giovanni Paolo II. E obbedendo al segnale forte e inequivocabile che Benedetto XVI gli aveva lasciato in eredità. La sconfitta appunto, il coraggio di riconoscersi sconfitto. Ed ecco allora che quel riconoscimento del limite, del male come ombra persistente nella creazione, diviene la via per un cristianesimo che torna a farsi testimonianza sofferente e sconfitta, che trova nella “tenerezza”, intesa appunto come il sapersi“tenue”, debole e vulnerabile dinanzi al male, la cifra di uninsegnamento profetico che permane oggi come la sua piùpreziosa e innegabile eredità.
“La Chiesa di Cristo, che è suo corpo (cfr. Ef 1, 23), deve seguire la sorte di Gesù Cristo che ne è il capo (cfr. Ef 1, 22), deve cioè seguirlo nella morte, e come lui essere crocifissa nel mondo. Deve anch’essa morire nella storia per risuscitare poi come il suo Signore ed entrare con Lui nella gloria del Padre. In questa morte culmina, e si consuma, il mistero dell’iniquità che domina l’intera storia del mondo” (S. Quinzio, Mysteriuminiquitatis, Adelphi 1995, p. 86 s.).

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